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"I
Fogli di Oriss, Rivista di Psichiatria Transculturale, n° 13/14, 2000"
Traduzione da "The space shared between patient and acupuncturist",
European Journal, vol.3 n.2, 2000
Lo
spazio condiviso tra paziente e medico agopuntore.
Le dinamiche di rapporto, lo spazio e il tempo del setting, i concetti
di empatia e neutralità.
Una
domanda inaspettata del paziente, una sensazione che ci lascia un po'
spiazzati, un nostro gesto anomalo rispetto al normale andamento della
seduta - questi scarti a volte passano lasciando solo un che di sospeso
nel pensiero e a volte si raggrumano in interrogativi in cui la nostra
sensibilità si incaglia.
Non è rara poi la convinzione che qualcosa non abbia funzionato
indipendentemente dalla correttezza della diagnosi e dalla scelta dei
punti. Se molti sono i dubbi che abbiamo quando iniziamo questo mestiere,
ancora di più sono quelli che si accumulano con l'aumentare dell'esperienza.
Anche
la mia storia personale riflette in parte una ricerca sui modi di fare
medicina. Laureata in Filosofia, ho dapprima studiato agopuntura presso
la Scuola "Su-Wen" (Van Nghi - impostazione 'francese'), per
poi seguire nel 1983 il Training Course di tre mesi a Beijing e laurearmi
in seguito in Medicina a Milano.
Lavorando mi sono trovata di fronte al fatto che - a parte i pazienti
che erano 'difficili' in modo evidente - io spesso non capivo cosa stesse
succedendo, cosa mi stava realmente chiedendo la persona seduta di fronte
a me. La mia scelta personale è stata allora di seguire una formazione
psicodinamica 'classica' di indirizzo junghiano (con alcune puntate meno
classiche), per cui ora sono specialista in Psicologia Clinica, con titolo
di psicoterapeuta.
La Medicina Cinese è rimasta un grande amore: l'anno scorso sono
tornata a far pratica ambulatoriale in Cina per la quarta volta, a Milano
insegno a "MediCina", Scuola di MTC che abbiamo fondato cinque
anni fa associandoci con l'Università di Nanjing.
E
più lavoro - con pazienti, colleghi, allievi - più sento
la necessità di mantenere un piccolo spazio di pensiero su cosa
avviene nella stanza di consultazione.
In questa direzione si muovono alcuni seminari che tengo per l'Associazione
MediCina e le note di questo articolo: un tentativo di riflessione per
ridurre il disagio e l'ansia che alcune situazioni comportano, nonché
gli effetti poco terapeutici che ne conseguono.
La pratica quotidiana di ognuno di noi segue di fatto alcune regole, dettate
dall'esperienza, dai maestri che si sono seguiti e dallo stile personale,
ma queste norme risultano per lo più implicite, abiti che non hanno
ricevuto attenzione e elaborazione. Ci si propone di evidenziare come
qualsiasi modo di lavorare implichi comunque una scelta e delle conseguenze,
e come l'essere consapevoli di alcune dinamiche possa far stare meglio
noi e rendere più efficace il trattamento.
Queste note non intendono suggerire regole definitive, né sancire
ciò che è corretto. Ognuno ha uno stile personale, ma su
alcune cose vale la pena di riflettere e confrontarsi: una discussione
e non una codificazione. Se mai il decodificare alcune situazioni.
Al di là della ovvia - ma non per questo semplice - ricerca della
verità su se stessi (conoscere la propria struttura come persona
e le proprie motivazioni nella scelta di questo mestiere, essere consapevoli
delle fantasie di onnipotenza, del fascino del potere, sapere cosa sono
i bisogni di accudimento e i buchi neri dell'inefficacia, e così
via), a lato del lavoro su di sé che ognuno porta avanti in modi
diversi, ci sono alcune 'buone maniere' su cui vale la pena di soffermare
l'attenzione.
Questo articolo vuole essere un punto di inizio per una discussione sullo
spazio in cui avviene la seduta di agopuntura, spazio che si estende lungo
coordinate diverse: luogo mentale, dimensione del corpo, relazione tra
le due persone in gioco, territorio delimitato nel tempo e nello spazio.
E'
un dato di fatto che molto spesso il paziente seduto di fronte a noi va
e viene tra il somatico e lo psichico: la mescolanza è già
evidente nelle cose che racconta, nel tipo di aspettative, nella richiesta
sottostante a tutto ciò. La domanda che spesso pone il paziente
- al di là dei sintomi portati in prima istanza- riferisce di un
disagio dello spirito. Sono questi i casi in cui i benefici e i rischi
connessi alla relazione sono più eclatanti, ma in ogni rapporto
clinico vi è una componente legata alle dinamiche in gioco.
La
medicina cinese
Non
è qui il caso di dilungarsi sull'importanza del versante mentale,
emotivo, psichico nella medicina tradizionale, medicina che - fondandosi
sull'interdipendenza psiche-soma - considera le emozioni come possibili
forti elementi etiopatogenetici e attribuisce quindi grande valore all'anamnesi
psichica.
Vogliamo invece rivedere alcune indicazioni che ci offrono i classici
rispetto allo shen del medico, allo shen del medico rispetto al paziente,
e allo shen della situazione-agopuntura.
Nei testi classici troviamo infatti diversi passaggi che ci colpiscono
per la lucidità con cui percepiscono e prendono in esame quegli
aspetti della medicina che appartengono alla relazione medico-paziente
e all'atteggiamento interno sia del paziente che del terapeuta.
Sono passi come sempre concisi e estremamente densi, di cui ne riportiamo
alcuni del Neijing che ci paiono particolarmente interessanti. Malgrado
le oggettive difficoltà di interpretazione, per cui neanche le
versioni dei lavori cinesi contemporanei presentano una corrispondenza
totale, questi passi sono infinitamente ricchi di indicazioni teorico-pratiche
rispetto a questo spazio che appartiene a medico e paziente. (Pur tenendo
conto delle principali traduzioni in lingua inglese e francese, con Laura
Caretto si è scelto di proporre una traduzione originale, che tenesse
conto dei commenti classici e rimanesse linguisticamente molto aderente
al testo).
Lingshu
cap.1: "Il medico grezzo fa attenzione (solo) alla forma (xing),
il medico superiore vede lo shen."
Il 'cardine' dei classici - definendo la differenza tra un lavoratore
artigianale e uno superiore (cugong e shanggong)- si apre sull'importanza
di percepire, guardare, valutare quel qualcosa che unifica e va oltre
le manifestazioni più immediatamente definite.
Suwen
cap.11: "A colui che crede a demoni e fantasmi è inutile parlare
della potenza della medicina. A colui che detesta gli aghi è inutile
lodarne con le parole i pregi. A colui che non si vuole far curare è
inutile imporre un trattamento, non guarirà nonostante tutti gli
sforzi del medico."
Sui demoni e i fantasmi (gui mo) bisogna ricordare che il Neijing si pone
come superamento della medicina sciamanica, di cui ancora riporta qualche
traccia, ma che espressamente rifiuta in favore di un pensiero più
aderente al mondo naturale.
All'interno dei nostri riferimenti culturali potremmo intendere 'demoni
e fantasmi' non solo come atteggiamento superstizioso, ma tradurlo anche
come un equivalente di un pensiero che concepisce la malattia come puro
accidente esterno. Pensiero cioè che si rifiuta di farsi carico
della malattia in quanto espressione di disequilibrio, alterazione, caos
energetico, risultato quindi di un complesso di forze interne e esterne
che interagiscono.
In caso ci tentassero idee di onnipotenza, lapidarie sono poi le frasi
che seguono: ci sono casi in cui è inutile tentare di convincere
un paziente, ci sono casi in cui ogni sforzo e ogni abilità del
medico sono vani. D'altra parte anche il centauro Chirone che insegnò
l'arte medica a Esculapio portava una ferita incurabile, segno visibile
dei limiti del suo potere. Noi parleremmo per esempio di 'necessità
di alleanza terapeutica' (vd. oltre).
Suwen cap. 14: "Che cosa succede quando la forma (xing) è
difettosa, il sangue è consumato e non si arriva a nessun risultato?"
Qi Bo rispose: "E' che lo shen non esplica la sua azione." Huangdi
"Che cosa vuol dire?" "L'agopuntura è dao. Jing
e shen non avanzano più, zhi e yi non sono in ordine, la malattia
è incurabile. Se jing è esaurito, shen è in fuga,
rong e wei non si possono recuperare, è perché desideri
senza limiti e preoccupazioni senza fine consumano il jing, fanno coagulare
rongqi e espellono weiqi; di conseguenza lo shen se ne va e la malattia
è incurabile."
"Forma difettosa" e "sangue consumato" sono espressione
di un quadro molto severo, e qui si sta inoltre discutendo del caso in
cui non si hanno risultati. Si sta perdendo tutto, zhi e yi sono in disordine,
yingqi si coagula e weiqi si disperde, jing si esaurisce e shen fugge
via, e la causa sono i desideri senza limiti e le preoccupazioni senza
fine: una psiche malata - potremmo dire noi - può distruggere nel
profondo qualsiasi risorsa e esser più forte di qualsiasi intervento
terapeutico.
Suwen
cap.25: "Vi sono cinque requisiti per il buon agopuntore. Molti li
ignorano. Il primo è regolare lo shen. Il secondo è conoscere
l'arte del "nutrimento della vita". Il terzo è conoscere
le proprietà delle sostanze. Il quarto saper preparare punte di
pietra di varie misure. Il quinto conoscere la diagnosi di zang fu qi
e xue."
Un medico deve quindi sapere cosa sta succedendo (fare diagnosi), possedere
l'abilità tecnica (preparare le punte di pietra), conoscere le
medicine, fare le pratiche che nutrono la vita (es. qigong), ma - come
primo requisito - deve essere in grado di regolare lo shen.
Shen è da intendersi in senso totale: shen del terapeuta (conoscenza
delle proprie motivazioni, della propria struttura e delle dinamiche che
si mettono in gioco), shen del paziente, shen della situazione che viene
a crearsi.
Un
concetto equivalente compare nel Suwen cap.5: "Colui che usa gli
aghi conosce l'altro attraverso se stesso", cioè utilizzando
le pratiche su di sé si conosce come agire sull'altro, conoscendo
la propria energia si conosce quella dell'altro.
Anche da noi qualcuno molto tempo fa ha detto che prima di tutto c'è
"conosci te stesso". E' stato ripetuto in molti modi, in contesti
molto diversi, io vorrei solo aggiungere il mio pezzetto di gratitudine
a chi mi ha mostrato come le mie mancanze, i miei buchi - una volta riconosciuti
- potevano anche essere utili e diventare un varco per cogliere con maggiore
sensibilità i nodi dei pazienti.
E
prosegue il Suwen cap.25: "Per fare della buona agopuntura bisogna
in primo luogo governare lo shen, non pungere prima di aver determinato
lo stato degli organi e fatto il bilancio dei 9 polsi. Quando giunge il
momento bisogna agire in un batter d'occhio, si manovra con applicazione
estrema, la puntura deve essere agevole e regolare; con la mente in stato
di quiete si osservano le reazioni del paziente, cioè quello che
si dice il nascosto, cioè ciò di cui non si conosce la forma:
il qi arriva come uno stormo di uccelli, si spande come in un campo di
miglio. I suoi movimenti sono come voli di uccelli di cui non si sa la
provenienza, così il medico deve essere pronto come un arciere
nell'imboscata per scoccare la freccia quando giunge il momento."
Notiamo innanzitutto come in questo passo il fenomeno dell'arrivo del
qi sia descritto in termini sicuramente più vicini alle recenti
teorie della fisica del caos piuttosto che secondo la consequenzialità
e la predicibilità della fisica classica. Notiamo anche come non
si possa pungere prima di aver stabilizzato lo shen e di aver fatto chiarezza
sulla situazione clinica (espressa come 'organi' e 'polsi'), per cui l'evento
del pungere è atto culminante, come l'azione del calligrafo o dell'arciere.
Questa
unicità del momento ci viene comunicata anche in un altro ben noto
passaggio, al Suwen cap.54: "[quando si punge] bisogna avere lo stesso
atteggiamento che si ha sul bordo di un precipizio. Muoversi con cautela
in modo da non cadere. Nel maneggiare l'ago bisogna tenerlo come se si
tenesse una tigre, afferrarlo saldamente mantenendone il controllo. Lo
shen non si lascia distrarre dalle cose, con la mente calma si osserva
attentamente il paziente senza guardare a destra e sinistra. Per fare
bene bisogna pungere diritto, senza deviazioni. Per rettificare lo shen
del paziente il medico deve fissarlo negli occhi, se lo shen è
fissato il qi scorre con maggior facilità."
Lingshu
cap.9: "Quando punge il medico deve trovarsi in uno stato di profonda
calma, deve andare e venire solo insieme allo shen, fare come se fosse
a porte e finestre chiuse, hun e po non sono dispersi, yi e shen sono
concentrati, jing e qi non sono divisi, non si sentono le voci delle persone
intorno, in modo che jing sia raccolto, shen unito, allora zhi è
concentrato sull'ago."
Suwen cap.13: "Durante la visita bisogna appartarsi in un luogo tranquillo
e riparato, chiedere al paziente in maniera amplia e completa di tutti
gli aspetti della malattia, per comprenderne il significato. Chi riesce
a cogliere lo shen ha successo, chi se lo lascia sfuggire è perso"
Non pare necessario alcun commento a parole che così espkicitamente
invitano a delimitare uno spazio 'speciale', in cui fermarsi, entrare
in rapportto con il paziente, coaugulare le energie, creare la possibilità
che l'ago produca un evento.
Gli
aghi e il corpo
Moltissimi
pazienti si addormentano durante la seduta, ricordo bene la mia ansia
- sconcerto e allarme - le prime volte che pungevo, cosa succederà
all'ago messo in neiguan se questo signore che ora si è addormentato
muove il braccio? e in realtà mai nessuno si muoveva in questo
strano sonno.
Molti pazienti alla seconda seduta riferiscono che dopo l'agopuntura si
sono sentiti "strani, come a camminare sulle nuvole", altri
ci dicono magari che il sintomo per cui sono venuti da noi non si è
modificato, ma si stupiscono di dormire bene oppure di sentirsi molto
meno insofferenti, e così via.
Persone più abituate a fare attenzione alle proprie sensazioni
definiscono la seduta di agopuntura come un momento in cui "la testa
si sgombra, il respiro si apre, le sensazioni si puliscono, il petto -
o la pancia - si calmano".
Parte
fondamentale del nostro lavoro clinico sta nel toccare il paziente: proviamo
i punti shu, penetriamo con l'ago, là in fondo cerchiamo e poi
tocchiamo qualcosa detto qi - cos'è questo qi per lo più
ci sfugge, ma qualcosa è.
L'ago è uno stimolo minimo, che però ha la proprietà
di andare profondo.
Il corpo nella nostra cultura è di per sé il lato oscuro
- e con l'ago andiamo ancora più dentro alla carne, più
lontano dalla parola che dà ordine al mondo. La definizione verbale
della sensazione del paziente e del medico rimane vaga, pur essendo in
sé una percezione molto precisa.
La percezione che il paziente ha degli aghi e le modificazioni che avvengono
durante la seduta e quelle che ne seguono sono un argomento che richiede
una riflessione più articolata, mentre in questo spazio dedicherò
l'attenzione a alcuni aspetti sicuramente marginali rispetto alla teoria
e alla pratica della medicina cinese tradizionale, ma che a volte può
essere utile avere presenti.
Sappiamo
dai testi classici cinesi che il cuore deve essere vuoto, che il vuoto
è ciò che permette il movimento, che ben-essere è
il libero fluire del qi, e aggiungiamo qui che altrettanto libera deve
essere tenuta la stanza di consultazione.
In quanto medici siamo pagati perché avvenga un cambiamento terapeutico,
e appagati quando ciò avviene. Ma i pazienti sono tali appunto
perché stanno male, e lo star male ha qualità invasive anche
nei confronti del medico: essere sommersi non lascia respirare, mentre
riconoscere i modi in cui questo star male ci viene messo dentro aiuta,
noi e il paziente.
Diversi sono gli ingombri che tendono a formarsi, le vischiosità
che ci impantanano, le confusioni che oscurano. Non capire è parte
integrante di qualsiasi processo di terapia. Si aspetta - una buona tecnica
è quella di fluttuare nell'attenzione per cogliere il punto che
apre la strada. Ma ci sono agganci che portano appunto verso il cambiamento
terapeutico e reti che trascinano nella fatica.
In
altre parole il rapporto con la sofferenza e il tentativo di alleviarla
espongono al rischio della 'contaminazione' del terapeuta da parte del
malato, e infatti nelle culture non bio-mediche il guaritore è
protetto dal rito. La malattia è una presenza estranea, una forza
oscura nell'ordine del cosmo, che può tuttavia essere accostata
e domata: il rito la riporta all'interno dell'ordine sacrale e ne utilizza
le forze per produrre un nuovo equilibrio dell'individuo e della comunità
e del cosmo.
Nella nostra società, dove non ci sono più dei a proteggere
gli umani, la gestione della malattia tende a essere affidata a apparati
esterni e impersonali, e la sofferenza diventa un evento profondamente
estraneo e incontrollabile.
In questo scenario in cui spesso il soggetto malato viene reificato in
oggetto intercambiabile, con un corpo alienato in pezzi separati, uno
spirito negato o una psiche accusata, il paziente che si rivolge alla
medicina non convenzionale ha aspettative che riguardano non solo gli
specifici modi terapeutici, ma anche l'immagine del curante, la relazione
che va a costituirsi, ecc.
La
relazione.
L'attenzione
al versante relazionale è fondamentale per chiunque lavori in ambiti
in cui le relazioni appartengono a un ordine particolare rispetto alla
vita quotidiana - insegnanti, sacerdoti, magistrati - poiché questi
sono rapporti asimmetrici, specificamente delimitati, rivolti a un obiettivo.
Se poi la relazione è polarizzata tra bisogno del paziente e competenza
del medico e il fulcro è la terapia, forse allora il gioco è
ancora più stretto. E' noto che una parte importante nell'esercizio
della professione medica non psichiatrica costituisce in realtà
una psicoterapia inconsapevole.
Nella cultura occidentale attuale chi ha indagato in modo specifico sulla
relazione terapeutica è la psicoterapia nelle sue varie forme:
proprio perché essa è una forma di trattamento che si fonda
sulla relazione essa ha ricercato le dinamiche che si sviluppano all'interno
della coppia psicoanalitica, facendo luce sui rischi, trovando il modo
di utilizzarli, e ribadendo come proprio questi nodi fossero la materia
prima su cui lavorare.
Se la psicoanalisi fa della relazione la sua ricchezza, utilizzandola
pienamente per il lavoro di trasformazione, anche noi agopuntori di fatto
ce ne stiamo lì con il paziente, in modi diversi, con tempi più
o meno lunghi, ma sempre abbastanza perché avvengano delle cose
- e non può essere altrimenti. Cose che hanno - devono avere -
qualità e densità differenti da quelle della vita normale.
A partire dall'ovvia evidenza che la nostra società e la nostra
cultura non sono sovrapponibili a quelle classiche cinesi, ma neanche
a quelle della Cina contemporanea, e senza dimenticare l'altrettanto ovvia
constatazione che non stiamo parlando di psicoterapia vorrei però
ricordare alcuni elementi fondamentali che appartengono, è vero,
alla teoria e alla pratica psicoanalitica, ma che per certi aspetti possono
essere mutuabili e che comunque costituiscono una preziosa fonte di riflessione.
Parte delle acquisizioni della psicoanalisi possono essere spazi condivisi
nel trattamento con agopuntura, altre sono sicuramente elementi che già
si utilizzano in modo più o meno consapevole. Mi soffermerei in
particolare sui concetti di transfert e controtranfert, setting, alleanza
terapeutica, empatia e neutralità, contratto, restituzione.
Fermerei cioè l'attenzione su alcune 'buone maniere', che altro
non sono che modi di contenere gli errori inconsapevoli che possono derivare
dalle dinamiche più profonde della relazione, per evitare quindi
almeno una parte delle possibili risposte antiterapeutiche.
Le
dinamiche di rapporto - transfert
L'incontro
tra paziente e agopuntore - al di là delle componenti specifiche
della MTC - è un incontro conoscitivo, che mette necessariamente
in gioco le componenti affettive dell'uno e dell'altro, con tutta la complessità
dei loro mondi interni.
Tutti abbiamo alcuni pazienti che ci fanno sospirare o stizzire al solo
sentirne il nome: sono i pazienti 'impossibili' o 'detestabili': possono
essere lamentosi oppure variamente aggressivi, di loro in fondo pensiamo
che fanno solo finta di collaborare, o che non vogliono guarire, o che
si appiccicano a noi come sanguisughe.
In altri casi ci accorgiamo che troppo facilmente ci sentiamo incapaci
e che quello che facciamo non è mai del tutto giusto, o - al contrario
- ci pare di essere dei grandi clinici, quasi un po' magici, e comunque
indispensabili.
Nel corso del trattamento possono poi succedere 'cose strane': un paziente
che pareva ammirarci e avere fiducia diventa poi ostile e ostinato, da
entusiasta che era mostra ora la disperazione più nera. Può
avere realizzato l'ovvietà che il medico è umano e non perfetto
o onnipotente, oppure può aver prevalso la proiezione di aspetti
negativi che appartengono ad altre figure, altre relazioni e altri tempi,
ma che senza rendersene conto il paziente riferisce al curante.
Questo meccanismo è di tutte le relazioni umane, ma in particolare
nella situazione medico-paziente, una situazione delicata, in cui una
persona è più facilmente fragile, confusa, sofferente, e
quindi con un forte carico di aspettative. E' fisiologico che il medico
tenda ad acquisire diversi tipi di significanza proiettiva, ma ciò
implica il rischio continuo di una reciproca invasione, caotica e confusiva.
Il
tranfert consiste nel vivere situazioni presenti come se fossero ri-attualizzazioni
di altre vissute nel passato, o - in altre parole - relazioni antiche
vengono trasferite e sovrapposte a quelle attuali, reali.
Il transfert "designa, nella psicanalisi, il processo con cui i desideri
inconsci si attualizzano su determinati oggetti nell'ambito di una determinata
relazione stabilita con essi e soprattutto nell'ambito della relazione
analitica. Si tratta di una ripetizione di prototipi infantili che é
vissuta con un forte senso di attualità." (Laplanche Pontalis,
1967)
In ogni relazione interpersonale entrano in gioco movimenti transferali
e controtransferali, le pulsioni istintuali e i meccanismi di difesa sedimentati
dal passato si riattualizzano nel confronto con la realtà del mondo
esterno e nei movimenti della propria realtà interna; il problema
è quando queste immagini si sovrappongono e si sostituiscono in
modo ripetitivo e coatto (noioso, pericoloso) agli eventi esterni, non
permettendo la diversità, il divertimento (divergere). Come ben
insegna il pensiero cinese la rigidità non consente il movimento.
La psicoterapia utilizza pienamente il meccanismo del transfert, ma come
agopuntori ciò che è importante è ricordarsi che
esso esiste, in modo che sia più facile riconoscerlo (se non si
cerca è difficile vedere), e comportarsi di conseguenza.
Come riconoscerlo? Quando per esempio noi percepiamo quello che sta succedendo
come qualcosa che 'non c'entra', abbiamo come la sensazione di essere
caduti in una scena di teatro, quando ci viene da pensare 'ma cosa mi
sta dicendo adesso?' 'perché si comporta così?', questo
è il transfert, qualcosa che succede al di là della situazione
reale, come se qualcosa di estraneo venisse sovraimpresso.
Come comportarsi? Non ricambiando la comunicazione nei termini che ci
si potrebbe attendere. Il terapeuta deve sottrarsi a quell'operazione
che il soggetto fa, di identificare i nuovi oggetti - cioè le persone
e le situazioni che incontra - con quelli antichi, che hanno prodotto
problemi al suo sviluppo. Una simpatia comprensiva non implica che ci
si lasci coinvolgere dal gioco emotivo del paziente; se il paziente proietta
amore o odio, il terapeuta non lo ricambia.
Non è molto utile essere come un parente o un amico, di persone
concrete ce ne sono già molte nella vita del paziente, l'ambito
dell'amicizia e della reciprocità è un altro (tanto che
quando capita di trattare gli amici si preferisce spesso non chiacchierare
come si è soliti fare).
O in termini più 'cinesi': dobbiamo funzionare come il centro vuoto
della ruota, senza riempirlo con quello che il paziente si aspetta che
io faccia, o con quello che io provo. Quando la battaglia impazza l'imperatore
sta fermo come la montagna.
Il passo ulteriore - che appartiene però al lavoro psicoterapeutico
- è un ascolto trasformativo della sofferenza del paziente, cioè
non solo tollerare gli attacchi che il paziente può rivolgere all'alleanza
terapeutica, ma trasformarli in comunicazioni utili per comprendere ciò
che accade nella relazione.
E
da parte nostra? Il problema è che anche il medico può fare
questa operazione di mettere nel rapporto presente qualcosa che non vi
appartiene. Qualcosa nel paziente o nel modo in cui si svolge la relazione
può rimandare a un'altra persona o a un'altra situazione che ci
hanno colpito in profondità nel passato: la nostra risposta si
riferisce allora in realtà non alla situazione reale - o solo in
parte -, ma a una situazione traslata (transfert = traslazione), che ha
a che fare con i nostri oggetti arcaici piuttosto che con la vicenda attuale.
Il problema è che un transfert è tale proprio perché
inconscio, cioè in genere si mimetizza benissimo - si trovano delle
ottime scuse per essersi arrabbiati o intristiti, aggressivi o delusi.
Come riconoscere quello che sta succedendo? Vale lo stesso principio:
stare molto attenti, soprattutto alle emozioni anomale o eccessive, alle
risposte in cui si può riconoscere uno scarto rispetto a ciò
che possiamo attenderci dalla situazione, ai comportamenti in cui si ha
la sensazione di fare qualcosa di non nostro, come se fosse il paziente
a tirarci.
Vale la pena di fermarsi un poco quando ad esempio ci si accorge che:
- il coinvolgimento è talmente forte da non permettere quella piccola
distanza che, pur nell'empatia, permette la differenza tra sé e
l'altro, fino a produrre un contagio dell'umore o dei sintomi
- si ha l'impressione di comportarsi secondo le aspettative negative e
le paure del paziente
- c'è una ripetitività nella nostra risposta emotiva, per
esempio c'è chi si sente o è sempre richiesto e cercato,
chi sempre attaccato e svalutato, chi funziona bene fino a un certo punto
ma manca sempre la risoluzione completa, e così via
- ci si sente indispensabili e insostituibili, oppure totalmente incapaci,
o arrabbiati neri, o ancora impossibilmente annoiati
- capiamo che un determinato tipo di paziente o alcune specifiche situazioni
proprio non li tolleriamo.
Per
amore di completezza ricordiamo anche la distinzione tra il transfert
del terapeuta (vissuto emotivo primario nei confronti del paziente) e
il controtransfert (la risposta emotiva al tranfert del paziente). Il
controtransfert è "insieme delle reazioni inconscie dell'analista
alla persona dell'analizzato e in particolare al suo transfert" (Laplanche
Pontalis, 1967). Freud lo considera l'effetto dell'"influenza del
malato sui sentimenti inconsci del medico" (1910).
Come regolarsi? Vedremo più oltre aspetti più specifici,
dal concetto di neutralità, alle regole del setting, alla riflessione
sulle motivazioni del terapeuta, ma qui credo importante ricordare il
detto 'perché possediamo due orecchie e una bocca? per ascoltare
due volte di più che parlare'. Dove parlare è anche agire.
Se
il transfert vero e proprio può essere utilizzato solo da chi con
esso ha lavorato in modo specifico, esiste invece un transfert aspecifico
che appartiene alla relazione medico-paziente. Il medico è infatti
'il farmaco più spesso usato in medicina generale'.
Un concetto che trovo fondamentale è quello del terapeuta come
'contenitore'. Questo termine è mutuato dal grande Winnicott, quando
già nel 1960 sottolineava l'esigenza che il terapeuta consenta
al paziente di sviluppare il suo 'vero Sé', evitando di essere
invadente' con lui in certe fasi della regressione terapeutica. La funzione
ottimale del terapeuta in queste condizioni è quella di oggetto
che 'sorregge', un ruolo affine a quello, fondamentale, della madre, per
quei pazienti che non hanno avuto normali cure materne. Con la sua intuizione
e la sua comprensione empatica è più utile dell'interpretazione
verbale, con i suoi effetti disturbanti, sperimentati come intrusivi.
La prospettiva dell'altrettanto grande Bion verte maggiormente sul 'fantasticare
intuitivo della madre', la cui 'reverie' le consente di assumere in sé
le esperienze dei momenti di frustrazione, primitive, frammentate e disperse,
che sono proiettate dall'infante, e di ricomporle. L'intuizione della
madre agisce così come 'contenitore' che organizza il contenuto
proiettato. L'analista viene usato come 'contenitore' di quegli aspetti
che il paziente non può più sopportare di sperimentare in
se stesso.
Ho ricordato queste elaborazioni anche perché mostrano l'importanza
di integrare aspetti cognitivi e affettivi, contrariamente allo stereotipo
che identifica la psicoanalisi con il 'disvelamento del trauma' e l'interpretazione.
Il medico agopuntore può allora "esserci", mentalmente
e affettivamente, non venire travolto dalle emozioni profonde e dalle
dinamiche che circolano. Senza confondere tutto ciò con uno pseudo
lavoro psicoterapeutico: non si può e non si deve interpretare,
né attaccare le difese di un paziente, né permettere identificazioni,
transfert e regressioni.
Lo
spazio di lavoro - setting.
Come
comportarsi? Prestando attenzione a queste e a altre possibili dinamiche,
ma anche tenendo conto di alcune modalità utili per costruire un
buono spazio di lavoro, inteso nel senso più ampio della parola.
Il setting è la definizione dello spazio di lavoro, segna questo
spazio che - regolando e contenendo - permette lo svolgimento della terapia,
aiuta il processo di cambiamento. Ha un senso mentale e ha aspetti concreti.
E' la cornice spazio-temporale all'interno della quale si svolge l'atto
terapeutico. Le cornici sono dei confini, delimitano e limitano, ma -
come sanno bene i pittori - sono anche ciò che dà rilievo
al dipinto. Un corniciaio è bravo quando ha occhio per vedere la
cornice giusta per quello specifico quadro.
E' un 'luogo mentale', che si fonda sull'empatia, è attraversato
dall'alleanza terapeutica, prevede la neutralità, e ha correlati
concreti che riguardano la definizione dello spazio e del tempo e insieme
si manifestano in essi.
Alleanza
terapeutica, empatia e neutralità
Per
fare una qualsiasi cosa insieme bisogna far sì che tra le persone
si sviluppi una relazione di fiducia, che si trovi una base comune e che
si costruisca un'alleanza di lavoro.
In una qualsiasi terapia si è almeno in due persone. Le due persone
sono in relazione tra loro con lo scopo di portare a buon fine qualcosa,
lavorano cioè insieme per cambiare uno stato di cose che sta causando
come minimo malessere a uno dei due.
Nella seduta di agopuntura la situazione è estremamente delicata:
"mi sembro proprio un riccio" o - nella versione più
raffinata - "mi sento San Sebastiano" sono frasi comunemente
usate dai pazienti per sdrammatizzare e difendersi in una situazione quanto
meno anomala. L'atto interno dell'affidarsi è in effetti enorme.
Può essere dichiarato esplicitamente, può nascondersi dietro
affermazioni circa la "cattiveria" di noi agopuntori (e a proposito
del nostro atto del 'pungere' si aprirebbe un ricco filone esplorativo),
o infine mimetizzarsi nell'ansia generica di fronte agli aghi, ma certamente
un atto in cui un ago interrompe la continuità del corpo, penetra
a produrre strane sensazioni, non porta sostanze dall'esterno per cui
deve agire su qualcosa di proprio, insomma un evento di questo tipo se
non inquietante è per lo meno ricco di valenze inusuali.
In
una relazione la componente 'empatia' costituisce un passo oltre agli
elementi di fiducia e di alleanza. Empatia è "la capacità
di capire, sentire e condividere i pensieri e le emozioni di un altro
in una determinata situazione" (Dizionario Zingarelli).
L'atteggiamento empatico è contrassegnato da disponibilità,
attenzione, serietà, sincerità, calore, accettazione, interesse,
gentilezza, simpatia, sostegno - e ognuno di questi termini ha un valore
e un senso.
D'altra parte la terapia ha aspetti di accudimento-cura-abbandono-presa
in carico e aspetti di distacco-separazione-limite-allontanamento. Allora
il problema, anche in ambito non strettamente analitico, è riconoscere
quella linea che separa l'eccessiva vicinanza (identificazione, sovrapposizione,
fusione, impossibilità di scarto e quindi di movimento) dall'eccessiva
distanza (incomprensione, freddezza, indifferenza, solitudine e quindi
di nuovo impossibilità di cambiamento).
Ci
aiuta il concetto - e la pratica - della neutralità, che non è
freddezza o rigidità, né indifferenza.
"Neutralità non è mancanza di calore o di empatia,
ma significa mantenere un'uguale distanza tra le forze che determinano
i conflitti intrapsichici del paziente. ... Ogni psicoterapia richiede
come minimo, da parte del terapeuta, la capacità di esprimere un
calore e un'empatia autentici, ma l'empatia non è soltanto la consapevolezza
emotiva, intuitiva, dell'esperienza centrale del paziente in un determinato
momento; deve anche essere presente la capacità di provare empatia
per quel che il paziente non può tollerare in se stesso."
(Kernberg, 1984).
In un ambito terapeutico più aspecifico è comunque utile
ricordare che capacità di ascolto e di accoglienza sono anche in
relazione con una sospensione del giudizio etico.
Il discorso sulla 'neutralità' è risultata essere uno dei
più accesi e su cui forse più varie sono le posizioni. Alcuni
motivi sono:
- coinvolge strettamente la nostra pratica quotidiana, in cui continuamente
ci è richiesto di intervenire, direttamente dal paziente o deontologicamente
dalla situazione clinica
- è legato alla nostra immagine interna di medici e di agopuntori,
e è correlato alle motivazioni più profonde per cui facciamo
questo mestiere
- è soggetto a contraddizioni teoriche di fondo quali il 'wuwei'
' non agire' del pensiero taoista e il fatto che nella medicina cinese
vengono riconosciuti comportamenti patogeni.
Se
da un lato ad esempio sappiamo i rischi del formaggio e i vantaggi della
pratica dei 'sei suoni', dall'altro non possiamo che concordare con l'inutilità
della "missione o funzione apostolica" (termine con cui Balint
intende l'idea vaga che ogni medico possiede del comportamento che un
paziente deve avere in caso di malattia, da cui deriva una sorta di dovere
di convertire alla sua fede i pazienti increduli. Come la rassicurazione,
non è negativo in se stesso, ma è pericoloso a applicarlo
grossolanamente e senza consapevolezza.).
Magari noi abbiamo idee meno vaghe, ma tutti credo abbiamo lunghe e frustranti
esperienze del pantano dei cavilli con cui il paziente risponde a una
nostra proposta di modifica del comportamento, o della totale assenza
di cambiamento dopo le nostre spiegazioni, o perfino - raramente per fortuna
- degli 'effetti non desiderati' dopo la messa in atto del suggerimento.
Per non parlare poi della sensazione di 'teatro dell'assurdo' se entriamo
a parlare delle relazioni familiari e affettive: sono i casi in cui o
ascoltiamo solo parti del discorso e costruiamo noi la soluzione (ovviamente
del tutto inutile) o il nostro buon senso ne esce rapidamente frullato.
Poi
ci interroghiamo su cosa ci sta sotto da parte nostra. Vogliamo fare la
mamma? accudente, calda e sempre disponibile, in cui il misero paziente
si accoccola e da cui mai si allontanerà, rassicurando così
il medico-madre che è necessario a qualcuno, cioè che esiste
e è bravo. Come saranno le ferite che si cercano di lenire con
questo controllo sull'altro?
O vogliamo fare il sacerdote-guru? che tutto sa, di una conoscenza indiscutibile,
che appartiene a un altro mondo e in cui l'altro non ha valore né
esistenza. E questi buchi per cui non posso permettermi di guardare l'altro
cosa sono?
O preferiamo invece fare il giudice? decidendo giudizi e castighi. Quale
pena mi rende intollerabile ogni mancanza?
Capiamo che chi cura non è una madre, né un sacerdote, né
un giudice.
Possiamo immaginare che per un cambiamento terapeutico ci voglia il seme
del paziente, il terreno della 'conoscenza tecnica', l'umidità
dell'empatia, la luce delle motivazioni del medico; ma se lavoriamo su
queste motivazioni ci accorgiamo che hanno dentro di tutto (es. il potere
e il sadismo, l'abbandono e l'accudimento), che forse più che luce
sono letame, che concima. Essenziale è non negarle, solo se riconosciute
e prese dentro producono ricchezza.
Ci ricordiamo che solo i santi, di qualunque tradizione, sanno in senso
assoluto (o almeno noi speriamo che loro sappiano). Ma rimane sempre il
fatto che chi siamo noi per dire qualcosa della vita? e che però
siamo lì, nel ruolo di medico, anche per dire qualcosa.
Che fare? Le soluzioni possono essere diverse, il punto fondamentale è
che deve esserci la massima consapevolezza riguardo a quello che si sta
facendo.
Si può portare il paziente a riflettere, a vedere per esempio che
la realtà non ha un solo aspetto (e quindi per esempio comportamenti
differenti potrebbero essere pensabili e attuabili con maggior profitto);
si può informare (e quindi trovare insieme una soluzione attuabile);
si può prescrivere ('me lo ha ordinato il medico', una medicina,
un esercizio, una pratica alimentare, qualsiasi cosa, ma definita in modo
estremamente preciso - certo non si prescrive la vita), ma che sia allora
chiaro quando, cosa e come si prescrive.
A volte poi succede anche che il paziente fa sua la preghiera (attribuita
a varie fonti) ""Signore, dammi la pazienza di tollerare le
cose che non posso cambiare, la forza di cambiare le cose che posso cambiare,
e la saggezza di distinguere tra di esse".
Cornici
e limiti
Se
finora abbiamo considerato essenzialmente l'assetto mentale e emotivo
e alcune dinamiche dei due personaggi che compaiono all'interno dello
spazio di lavoro, vediamo ora come questi aspetti si manifestino, producano
e insieme siano influenzati da alcuni equivalenti più concreti.
Possiamo partire dalla constatazione che nel tempo e nello spazio del
trattamento succedono cose differenti da quelle fuori da questo spazio
e tempo: il setting definisce un luogo e un tempo diversi da tutti gli
altri. Ci sono cose che sono e devono restare fuori dallo spazio condiviso.
Costruire e mantenere uno spazio particolare è poi fondamentale
in una terapia come l'agopuntura in cui ci si muove a un livello energetico
e in cui hanno un peso molto forte sia il corpo - somatico e fantasmatico
- che gli aspetti di relazione.
In diversi casi (con un bambino, un progetto, un processo di guarigione)
i confini sono necessari per costruire una base stabile e per avere in
seguito un grado di libertà maggiore.
Nella Cina contemporanea le regole non risultano esplicitate, ma anche
noi stranieri ne percepiamo facilmente l'esistenza. Anche se ne cogliamo
solo grossolanamente i modi e le sfumature ci sfuggono, sicuramente ne
riconosciamo l'importanza.
Tutti i trattamento psicoterapeutici - dalla psicoanalisi classica alle
tecniche cognitiviste ai gruppi di psicodramma - riconoscono che il setting
influenza la terapia e quindi ne contemplano delle norme.
La delimitazione di un territorio è -ricordiamolo - utile nei due
sensi: protegge dall'esterno, ma allo stesso tempo evita che quello che
è all'interno si sparga dovunque. La funzione di contenimento vale
sia per il paziente che per il terapeuta.
Per individuare questo spazio sono necessari alcuni accorgimenti, alcuni
limiti rispetto a ciò che avviene, cioè delle norme di comportamento.
Non credo sia possibile né abbia senso tentare di definire delle
regole assolute, anche per motivi contingenti: facciamo agopuntura in
ambiti molto vari, l'ambulatorio di un medico di base ha in genere caratteristiche
diverse da quelle di un libero professionista, frequentemente l'agopuntura
non è l'unico approccio terapeutico utilizzato, le nostre formazioni
sono differenti, la struttura dello studio varia (una o più stanze,
presenza o meno di un infermiere).
Ancora una volta il principale elemento in gioco è l'attenzione:
la consapevolezza che il luogo, i tempi, il modo di parlare, le interruzioni
ecc. influenzano il processo terapeutico, in genere in maniera tanto più
consistente quanto più sono forti le valenze psichiche. Se quindi
non si intende qui codificare norme di comportamento, è però
possibile focalizzare alcune tematiche di questo spazio condiviso.
Lo
spazio fisico
è caratterizzato da luce, suoni, colori, oggetti, spazi delle stanze:
anche questo è qi, come lo sono il movimento e lo sguardo del terapeuta.
L'agopuntore può rimanere fisicamente con il paziente tutto il
tempo della seduta oppure solo in parte, ma è importante in ogni
caso rendersi conto di quanto e di come ci si sta. Andare fuori dalla
stanza non è solo un fare altro nel frattempo ma anche lasciare
uno spazio specifico a quello che sta avvenendo: troppe volte il paziente
si distrae chiacchierando, oppure contrasta il lavoro degli aghi sul qi
continuando a pensare, a cercare parole e concetti, trattenendo i pensieri
preoccupati e uguali a se stessi.
E' importante decidere quanto permettere di essere disturbati, cioè
quanto consentire a ciò che è fuori di accedere all'interno:
se nella seduta psicoterapeutica interruzioni esterne o telefoniche non
sono certo ipotizzabili, nello studio dell'agopuntore questa regola non
risulta così rigida, ma è comunque fondamentale che ognuno
definisca con chiarezza il livello di disturbo lecito, ne sia consapevole,
e mantenga fermi i limiti.
Sul
tempo della seduta
vale la pena di ricordare che tanto più esso è preciso e
definito quanto più ha anche una funzione di contenitore.
In psicoterapia terapeuta e paziente conoscono lo spazio di tempo riservato
al loro incontro, riconoscendo implicitamente che di tempo ce n'è
ma esso non è illimitato. Come agopuntori possiamo attenerci di
più o di meno all'orario dell'appuntamento, e quindi aspettarci
che anche il paziente lo faccia (oppure non attenerci all'orario e aspettarci
che il paziente invece lo faccia), possiamo mantenere una quantità
di tempo a disposizione più o meno costante, possiamo avere l'avvertenza
di dire al paziente quanto tempo abbiamo a disposizione oppure quando
sta per finire.
Ma oltre alla quantità di tempo esiste anche un'altra variabile
fondamentale, la qualità. Quale tempo abbiamo, un tempo denso,
un tempo vuoto, vuoto in quale modo.
La
qualità del linguaggio
ha uno stretto legame con la qualità del tempo e della seduta,
se cioè riusciamo ad ascoltare, se si parla oppure si chiacchiera,
se le parole dette risultano significative, se i gesti addensano senso
o aumentano la confusione.
In vari modi osserviamo il qi, i quattro metodi di indagine (sizhen),
le otto regole di diagnosi (bazheng) ci parlano di questo, e quindi a
maggior ragione lavoriamo anche sul piano della comunicazione non verbale,
dove gioca il codice dei segnali indiretti.
Notiamo quindi cosa specificamente succede al corpo quando mettiamo gli
aghi, ma anche cosa il paziente ripete più volte e cosa non dice,
le esitazioni e i blocchi, il discorso che si fa di colpo confuso, il
tono della voce, l'espressione del volto, la posizione del corpo e i gesti.
Come rispondiamo agli eccessi di verbalizzazione o alle impossibilità
di dire in parole. Naturalmente anche qui non ci sono regole valide per
ogni medico: c'è chi è silenzioso e porta densità
agli atti, chi è lieve e con l'ironia sposta un po' e trasforma.
La
chiarezza dei limiti
con la sua funzione di contenimento, tocca inoltre tutta una serie di
comportamenti (le telefonate a casa, le regole di pagamento, la puntualità
delle sedute, i vari interventi di terze persone, i familiari in terapia,
le iniziative con altri medici e terapie).
E' importante prendere accordi espliciti sulle sedute, con i reciproci
diritti e doveri (tra cui sta per esempio quello di tranquillizzare il
paziente sulla sterilità degli aghi), e mantenere gli accordi.
Con la maggior parte dei pazienti non è necessario stabilire esplicitamente
delle norme, ma con alcuni spesso ci accorgiamo troppo tardi che qualcosa
è sfuggito al controllo - sono i pazienti che non solo ci fanno
sospirare quando ne sentiamo il nome, ma con cui capiamo di essere così
invischiati da non sapere dove rigirarci. In questi casi una definizione
preliminare delle regole di rapporto è fondamentale anche per la
riuscita del trattamento.
La
conclusione del trattamento
è un momento delicato sia nei trattamenti brevi che in quelli lunghi:
se a volte pare impossibile terminare delle terapie, la fine del rapporto
costituisce comunque una separazione, con i vissuti più o meno
faticosi che essa comporta. Va per esempio specificata la possibilità
di ulteriori contatti, ma - soprattutto nelle somatizzazioni importanti
o nelle malattie croniche - va anche elaborata una possibilità
di convivere con alcuni disturbi.
Il
parlare del medico
Nelle
consultazioni psicoterapeutiche alla fine del colloquio è previsto
un momento di 'restituzione': dopo che il paziente ci ha raccontato, e
quindi ci ha anche dato qualcosa di sé, è importante che
anche noi gli si dia qualcosa attraverso le parole. Nel nostro caso 'restituire'
può significare per esempio parlare dei problemi da affrontare,
ipotizzare il tempo necessario, vedere se ci sono domande.
Per un agopuntore è anche importante il problema dei colloqui prolungati,
perché attraverso di essi si penetra nella vita intima, con tutte
le sue miserie, le sue meschine eppure profonde paure, le speranze deluse,
da cui possono derivare sentimenti di vergogna e di impotenza. Bisogna
quindi porsi il problema di quando fermarsi, tener presente che il paziente
può sentirsi defraudato o ingannato invece che capito o sollevato.
Nel dare e ricevere ci deve essere un equilibrio, magari è sufficiente
distribuire il medesimo materiale su più colloqui per offrire al
paziente la possibilità di ristabilire questo equilibrio.
La
grande tentazione - come già si accennava parlando della 'neutralità'
- è comunque quella di ritenere che il medico, attraverso la propria
esperienza, abbia potuto acquisire una psicologia del 'buon senso' tale
da renderlo capace di affrontare i problemi psicologici o della personalità
del suo paziente. Anche se i consigli o le parole di 'rassicurazione'
non sono singolarmente necessariamente errati, purtroppo l'uso di metodi
empirici acquisiti nell'esperienza quotidiana è una guida troppo
fragile per potersene fidare. Dal momento che non ne conosciamo le dinamiche
sottostanti, i possibili suggerimenti (che comunque in genere altre persone
di buon senso hanno già offerto) sono di fatto colpi tirati alla
cieca. (Balint, 1957)
L'atteggiamento
verbale di noi agopuntori rispetto al comunicare una valutazione energetica,
o all'offrire spiegazioni sull'agopuntura o sul trattamento specifico
si muove su un ventaglio molto ampio, da chi sta tendenzialmente zitto
a chi parla delle funzioni specifiche degli zang-fu. Se da un lato il
nostro parlare dipende anche dalle aspettative e dalla struttura mentale
del paziente (per alcune persone è importante cercare di capire
con modalità più 'razionali', attraverso le parole, mentre
per altri la conoscenza avviene in modo più direttamente somatico),
e se comunque è solo controproducente irrigidirsi o sfuggire nel
silenzio di fronte alle eventuali domande, credo però che il rischio
maggiore che corriamo sia quello di imporre le nostre spiegazioni, ricalcando
le modalità di coscienza che ci sono più abituali. E' invece
davvero importante lasciare il maggior spazio possibile ai canali percettivi
che agiscono in modo specifico quando si usano gli aghi, abituarsi a riconoscere
un diverso terreno di azione e imparare a privilegiarlo.
Infine
Un
mestiere il cui fine è la cura di malattie e sofferenze è
un mestiere delicato. Lo è probabilmente ancora di più per
noi agopuntori, che lavoriamo su un piano energetico, cercando di districarci
tra prospettiva medica 'ufficiale', tradizioni terapeutiche che di fatto
non ci appartengono, e richieste spesso complesse da parte dei pazienti.
In un trattamento ci sono dei margini non coperti dalla conoscenza medica
stretta (diagnosi, scelta dei punti, inserzione degli aghi): un punto
di partenza sicuro - ma anche un punto di arrivo - è allora non
dare niente per scontato, ma fermarsi, ascoltare i pazienti, sentire se
stessi, pensare insieme ai colleghi. Ci auguriamo che queste note possano
funzionare come uno dei punti di partenza in questa direzione, per pensare
insieme.
(http://www.planet.it/freewww/ass.medicina - ass.medicina@planet.it)
Note bibliografiche:
Un
"classico" è tale in quanto testo di riferimento per
tutti gli autori successivi, oggetto di citazioni, commentari, riedizioni,
compilazioni e perciò continuamente vivo nel tempo in quanto portatore
di "senso". La scelta di consultare i testi in lingua originale
nasce dall'esigenza si scavare alle radici di un pensiero che ha nel testo
scritto (nella scrittura) la sua forma espressiva più peculiare.
Per la traduzione abbiamo consultato commentari di varie epoche dello
stesso testo, a volte discordanti tra loro, mettendoci di fronte alla
necessità di operare continue scelte. I criteri che hanno guidato
la nostra scelta di traduzione, più che di tipo rigorosamente filologico
- cosa che avrebbe esulato le nostre competenze e gli scopi di questo
lavoro - sono stati criteri di "senso", ovvero fra vasta gamma
delle possibilità e dei livelli di interpretazione, abbiamo scelto
quella che nel nostro interrogare il testo ci offriva la risposta più
carica di "senso".
Huangdi
neijing cidian (Dizionario dello Huangdi neijing), Guo Aichun ed., Tianjin
kexue jishu chubanshi, Tianjin 1991.
Huangdi
neijing suwen jiaozhu (Edizione critica annotata dello Huang di neijing
suwen), a Guo Aichun ed., Renmin weisheng chubanshi, Beijing 1992.
Huangdi
neijing lingshu jiaozhu yuyi (Edizione critica annotata e tradotta dello
Haungdi neijing lingshu), Tianjin kexue jishu chubanshi, Tianjin 1989.
Huangdi
neijing suwen, translated and edited by Husson, "Méridiens",
1973 Parigi.
The
Yellow Emperor's Classic of Medicine, Maoshing Ni ed., Shambala Publications,
Boston 1995.
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