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Elisa
Rossi, "MediCina", autunno 1994
Il
corpo, la mente e noi
Sommario:
Una riflessione su approccio psicoanalitico e psicodinamico del paziente,
'terapia con la parola', e sul ruolo della MTC rispetto alla sofferenza
psichica.
Nel confronto su modi d'uso della MTC, tipo di diagnosi, carenze e problemi
dell'esperienza clinica, prezioso è stato il contributo di Gianfranco
Morelli, già da tempo impegnato sull'argomento, e le riflessioni
di Patrizia Adelasco, Paolo Bruno, Giovanni Moretti, Giulio Picozzi, Barbara
Rossi, Grazia Rotolo.
Molto spesso il paziente seduto di fronte a noi va e viene tra il somatico
e lo psichico: la mescolanza è già evidente nelle cose che
racconta, nel tipo di aspettative, nella richiesta sottostante a tutto
ciò.
Muoversi nello spazio del disturbo psichico può allora significare
che la malattia è già riconosciuta come 'affettivo-mentale',
o che la domanda che pone il paziente riporti a un disagio dello spirito,
indipendentemente dai sintomi portati in prima istanza.
E vuol dire innanzitutto sgombrare il campo dalle critiche stereotipe
e banali che considerano il sistema biomedico occidentale mera espressione
del sistema di causa effetto, di un metodo che esamina separando e sezionando,
di una clinica i cui presupposti sono estranei all'interazione medico-paziente.
Questi stereotipi considerano peculiare dell'oriente il pensiero di tipo
orizzontale-analogico. In realtà in Europa la forma del pensiero
medico non si è strutturata da sempre secondo il metodo anatomico-clinico:
ancora nel XVlll secolo la malattia si configurava in uno spazio di simpatie,
secondo corrispondenze, somiglianze, e omologie. Neppure la continuità
tra terapeutiche fisiche e cure psicologiche è esclusivo della
medicina cinese: anche la medicina europea, sempre fino al XVIII secolo,
parlava di spiriti. Tra i trattamenti troviamo i rimedi che "consolidano
gli spiriti per evitarne i movimenti irregolari"; le prescrizioni
di amari come una tre le forme di purificazione - atto che si rivolge
insieme all'anima e al corpo; i tentativi di "suscitare nel malato
un movimento regolare, che rispecchiasse il movimento del mondo, per superare
l'agitazione disordinata, l'ingorgo e il ristagno". (Foucault 1973)
D'altra parte, se è vero che la medicina cinese, come molte medicine
tradizionali, è psicologica e fisiologica insieme, è anche
vero che ai nostri occhi descrizione e sintassi dei sentimenti e delle
emozioni vi appaiono piuttosto rudimentali: finezze e profondità
sembrano se mai appartenere all'ambito delle pratiche di meditazione,
al lavoro sul qi. La conoscenza di se stessi in effetti avviene non tanto
attraverso un'opera di introspezione, bensì nel riconoscimento
e nella costruzione di un sé come parte dell'universo.
MTC
e psicodinamica
Detto questo, è però vero che personalmente in alcuni casi
affianco un trattamento di tipo psicodinamico all'agopuntura tradizionale.
E credo che ciò sia possibile innanzituto perché le due
prospettive condividono vari elementi di fondo.
Ritrovo per esempio la stessa qualità di cammino. Il Dao, vita
corretta, è il seguire, il conoscere la propria natura: come la
psicoanalisi, non fornisce indicazioni ma si dispiega come avventura di
libertà. Riconosco la stessa ampiezza nel concetto di uomo: nella
genesi dell'universo l'io umano risulta essere insieme al cielo e alla
terra, ai principi yin e yang. Mi accorgo della stessa qualità
nello spazio di ascolto: il medico tradizionale ha il "cuore vuoto"
e nell'analisi ci si pone senza desideri né ricordi (Bion, 1967).
Anche i riferimenti nel lavoro di guarigione si sovrappongono: sia nell'agopuntura
che nella psicoanalisi si lavora su se stessi; malattia e sofferenza non
vengono ricondotte all'esterno; le cause del disagio e le soluzioni non
vengono cercate altrove. E in entrambe le discipline troviamo l'esigenza
che il medico debba passare attraverso una trasformazione interiore: nella
tradizione cinese deve coltivare certe virtù, essere in sincronia
con il movimento naturale dell'universo, e nell'ambito occidentale l'unica
pratica 'istituzionalmente' riconosciuta che si avvicini a questo concetto
è l'analisi personale a cui uno psicoanalista deve sottoporsi.
Vorrei ricordare che come nell'agopuntura si tratta di ripristinare lo
scorrere del qi, di ricostruire un equilibrio energetico, così
sempre di più lo scopo della psicoanalisi clinica è visto
non tanto come disvelamento per esempio di eventi traumatici, quanto come
ricerca di significati nuovi e ricostruzione di quello che non si è
potuto sviluppare nel corso della vita e delle relazioni precedenti.
Diversamente dalla psichiatria, che identifica un ambito organico e uno
psicologico tra di loro separati e però tratta entrambi come oggetti
fissi da analizzare; nella medicina cinese, e nella psicoanalisi, il sintomo
non è statico, ma parla, è un universo. Sappiamo che il
disturbo psichico ha equivalenti somatici, che il corpo racconta, ma non
in senso positivista, attraverso una corrispondenza stretta e obbligata,
bensì nell'ampiezza del rimando, nel concetto di sintomo come metafora.
E sintomo non è solo il disturbo portato dal paziente, ma sono
tutti i segni che si mostrano.
Nella pratica clinica la medicina cinese offre alcuni elementi preziosi
sia nell'osservare il paziente che nel muoverci per modificare la situazione:
abbiamo la possibilità di integrare i diversi segni e sintomi in
un quadro che produce senso, senza dover separare il somatico dallo psichico,
e senza dover presupporre delle priorità in un senso o nell'altro.
D'altra parte bisogna riconoscere che come esiste il rischio di medicalizzare
il disagio, il malessere, la fatica del vivere, esiste anche una tendenza
a "psicologizzare" i mali che si patiscono. Ci sono allora due
elementi da sottolineare: non ogni sofferenza richiede automaticamente
terapia, e la psicoterapia non è l'unica risposta alla malattia
psichica. Ed esiste un'area molto ampia in cui la medicina farmacologica
occidentale ha poco senso, ma anche ipotesi di terapia analitica risultano
poco proponibili, o controindicate. Oppure il paziente stesso non le considera
come ipotesi valide: per una diversa interpretazione del mondo in termini
per esempio politico-sociali, o perché preferisce altre vie per
lavorare su di sè e sulla propria salute.
Riflessioni
sull'esperienza clinica in MTC
La medicina cinese è una medicina energetica: si lavora sul qi,
e questo fatto trasforma il campo di intervento. Anche nella sofferenza
specificamente psichica agire su blocchi e ristagni, riequilibrare eccessi
e carenze, offre un forte sostegno e può produrre soluzioni. E
ciò sia nel caso che si decida di utilizzare esclusivamente la
medicina cinese o di affiancarla a un trattamento di tipo psicodinamico
con i suoi riferimenti e le sue regole. Dal lavoro di discussione sulla
nostra pratica clinica in MTC sono emersi diversi elementi di interesse
sia teorico che clinico.
Paolo Bruno ricorda come tra le motivazioni che a suo tempo ci hanno spinto
ad avvicinarci alla MTC - e tuttora ci spingono a continuare a praticarla
e a studiarla - vi sia stata la ricerca di una visione globale e integrata
dell'essere umano, nei suoi aspetti sia somatici che psichici. Ma sottolinea
quanto sia stato per noi difficile inquadrare i disturbi psichici a partire
dai testi classici cinesi. Ad esempio può risultare sconcertante
la descrizione di segni 'di follia' totalmente frammisti ai sintomi 'fisici'
nei quadri dei meridiani di Stomaco e Vescica. Un'ipotesi è che
il pensiero cinese non abbia mai compiuto quella separazione tra corpo
e mente su cui invece, a partire da Socrate, sono fondati i presupposti
della cultura occidentale.
Se questa sintesi degli aspetti materiali e psichici nella diagnosi e
nella terapia è ben presente nella teoria della MTC, nella pratica,
come sottolinea Giovanni Moretti, le questioni non sono né facili
né lineari. Un esempio sono le difficoltà con cui viviamo
nel quotidiano uno dei fondamenti della medicina cinese, la circolarità
tra causa ed effetto, tra soggetto ed oggetto, tra terapeuta e paziente.
Le rappresentazioni della malattia che elaboriamo e le azioni terapeutiche
che costruiamo sono il più delle volte di tipo lineare: a una causa
corrisponde un effetto; finiamo per aspettarci in modo deterministico
certi risultati, e spesso la relazione medico-paziente è vissuta
in termini di soggetto al di là delle nostre buone intenzioni.
Chi di noi, come Gianfranco Morelli, lavora tenendo in particolare considerazione
la prospettiva sistemico-relazionale, ha fortemente presente il fatto
che il tipo di relazione che lega il soggetto alle persone e alle situazioni
per lui importanti, si può costituire come un "esterno"
da cui origina la malattia. Senza sottovalutare la debolezza interna del
paziente, è di fondamentale importanza il poter valutare quale
sistema energetico specifico è bloccato o alterato dalle relazioni,
per poter poi agire in maniera coerente. L'intervento segue quindi a un
esame eziopatogenetico che è insieme energetico e relazionale.
In altre prospettive si privilegia invece la corrispondenza diretta tra
anomalia dell'organo e attività psichica. Come già in tradizioni
lontane, quale l'egizia, islamica o galenica, si ponevano relazioni tra
parti del corpo e immagini divine, in Adler un sistema organico (la gola
e l'ingoiare, il respirare, le ginocchia e la flessione, la pelle) si
può costituire come punto di minima resistenza, diventa l'immagine
su cui si polarizza la nostra attenzione psichica. L'organo leso ha quindi
la nostra attenzione costante, ci parla di noi, diventa una parte per
il tutto, rappresentando una miniera inesauribile di materiale, proprio
perché l'attenzione lo rende luogo di massima potenzialità.
Il luogo di minor resistenza è naturalmente il punto in cui la
resistenza si raccoglie in difesa, lì dove si è più
sensibili e più esposti. Nell'intervento terapeutico non si tratta
di far crollare le difese, quanto di comprendere la necessità di
queste manovre.
Ma in questa sede cerchiamo di capire se e quanto l'universo di interpretazione
e di intervento dell'agopuntura tradizionale sia consistente al suo interno
e autosufficiente. E' nostra comune esperienza che la MTC non debba necessariamente
appoggiarsi a altri modelli psicologici: la clinica ci conferma di continuo
che disturbi psichici e somatici sono espressione dello stesso squilibrio
energetico, cosicché anche sui sintomi più specificamente
psichici si riesce molto spesso ad agire attraverso la costruzione di
una diagnosi corretta che tenga conto essenzialmente dei sintomi somatici.
Interessante l'esempio portato da Morelli di un uomo di 65 anni, con una
forma depressiva che dura da un anno e mezzo, accompagnata da inappetenza,
eruttazioni consistenti, oppressione toracica e epigastrica, gonfiore
addominale dopo mangiato. Inoltre lamenta risvegli frequenti, modeste
vertigini, tremori agli arti inferiori, sospiri frequenti; la lingua è
violacea, fissurata, con patina spessa, giallastra, asciutta; i polsi
sono piuttosto frequenti, grandi, un po' scivolosi. Pur essendo presenti
problemi coniugali, insieme a un forte attaccamento alla figlia, si è
scelto di usare aghi e Wendan tang modificata, per trattare le mucosità-calore
nel jiao medio, con ristagno di sangue, senza intervenire in prima istanza
sullo shen e senza impostare un'analisi relazionale. L'origine dell'ostruzione
al jiao medio poteva essere un pensiero ossessivo, si, una facilità
a preoccuparsi, ma in questo caso il lavoro si è centrato più
sul biao, la manifestazione, e i risultati sono stati ottimi su entrambi
i piani.
Un altro esempio è la frequenza nelle donne di vuoto e ristagno
di xue: tonificare e muovere il sangue può risolvere sintomi anche
puramente psichici, come disturbi d'ansia generalizzata o spunti fobici,
che si presentano o si acutizzano in relazione al ciclo mestruale.
Perciò la diagnosi va affrontata secondo le regole classiche: esaminando
polso e lingua per stabilire se c'è vuoto o pieno, e di che cosa.
Più difficile nella nostra esperienza la precisione prognostica,
lo stabilire se e quanto il nostro intervento con aghi e/o erbe potrà
modificare la situazione.
Questo 'funzionare' della MTC è ormai esperienza comune a tutti
noi, a condizione che si riesca a fare diagnosi energetica, mentre i risultati
paiono più deludenti se non ci sono segni a cui collegarsi per
un inquadramento energetico. E già nel cap.77 del Suwen l'imperatore
afferma che quando "il medico non ha nessun elemento a livello di
zang, nè vi sono modificazioni nell'aspetto del corpo... la diagnosi
è piena di dubbi", allora è necessario porre domande
che riguardano le condizioni di vita del paziente, altrimenti si può
"solo dire il giorno della morte".
Grazia Rotolo ricorda invece casi in cui sindromi per lo meno apparentemente
molto diverse (disturbi d'ansia, alterazioni dell'umore, elementi ossessivo-compulsivi)
si presentano senza altri segni se non una lingua tipicamente rossa e
un induito spesso e giallo. Ed è frequente con gli aghi non riuscire
a sbloccare nulla. E' pur vero che le mucosità-calore che ostruiscono
gli orifizi sono notoriamente difficili da trattare; forse per una maggiore
efficacia bisogna riconsiderare i punti della testa: ad esempio il trattamento
del prof. Zhang Mingjiu, psichiatra di Nanchino (lezioni del giugno '88),
era centrato su due punti generali e due punti del capo, e anche autori
inglesi, quali Maciocia, si rifanno a questo tipo di combinazione.
Altrettanto vero è che la mancanza di risposta non può essere
imputata solo a carenze nella diagnosi o nella scelta dei punti: forse
dobbiamo ricordare anche come il sintomo si collochi comunque in un universo
di riferimento più vasto, che può essere lo spazio qiantian,
del Cielo Anteriore, o più banalmente il riconoscimento dei vantaggi
secondari del sintomo.
L'inquadramento etiopatogenetico cioè che la MCT fa della malattia
mentale, e che per lo più riconosce una diagnosi di alterazione
del qi o del sangue, di fuoco, di tan, o di vuoto, variamente combinati,
appartiene a huotian, il Cielo Posteriore, ed è in questo ambito
che noi lavoriamo: interventi di tipo molto differente sono invece quelli
che possono avvenire a livello di Cielo Anteriore (vedi La traduzione),
e i cui analoghi tra l'altro esistono in tradizioni culturali diversissime.
Su alcuni punti credo l'esperienza ci veda tutti concordi con Grazia Rotolo:
dare sollievo al sintomo significa rompere il circolo vizioso, interrompere
il vortice della sofferenza che rischia di autoalimentarsi. Ricostruire
un equilibrio energetico permette di usare meglio le risorse di cui si
dispone. E modificare l'assetto energetico di un paziente fa sì
che il soggetto si percepisca diverso, faccia cioè esperienza concreta
della possibilità di sentirsi in un altro modo, e ciò crea
l'opportunità di usufruire dell'incontro con il terapeuta, così
come degli eventi che la vita propone.
L'incontro
medico paziente
Secondo i classici cinesi il medico è un punto di riferimento,
neutro, distaccato, una sorta di perno che non si lascia trascinare e
permette così al paziente di ritrovarsi, mentre troppo spesso noi,
forse per non cadere in una lontananza che ricorda l'indifferenza, ci
lasciamo coinvolgere dal paziente, che, con le emozioni che suscita in
noi, fa in realtà risuonare le nostre problematiche irrisolte,
e ci condiziona quindi nel modo di vederlo e di valutarne i sintomi.
La condizione in cui si trova il terapeuta dovrebbe essere come lo stato
del qigong, la serenità del vuoto.
In questo senso Barbara Rossi porta l'immagine di quei medici cinesi bravi
che abbiamo conosciuto, che hanno sempre lo stesso modo con i pazienti,
senza affanno, con tranquillità. E ricorda come per lei la pratica
del qigong, - insieme al metodo molto neutro della tecnica NADA, in cui
il terapeuta non si pone con una forte individualità, non fa diagnosi,
è 'un niente'- le siano stati di grande aiuto soprattutto nei confronti
dei pazienti con Fuoco di Fegato, rispetto ai quali è così
facile 'accendersi' e quindi non arrivare a nulla. Il terapeuta dovrebbe
essenzialmente stare bene, avere semplicità e serenità:
e talora sarà la persona davanti a noi a dirci che gli diamo questa
sensazione di tranquillità, o che lo studio ha questa pace. Anche
questo è un modo di lanciare dei semi, che il paziente poi può
far crescere.
I classici parlano di "chiudere porte e finestre" (Lingshu cap.9),
di creare cioé una condizione di raccoglimento, in cui lo shen
possa muoversi. E in MTC queste modalità valgono in rapporto a
qualsiasi quadro clinico, mentre nella nostra cultura l'indicazione di
creare un setting, (che altro non è che uno spazio e un tempo differente
da quello quotidiano, in cui sia possibile il muoversi insieme in quell'area
detta inconscio) è ristretta all'ambito psicodinamico.
Se Li Xiaoming, maestro di qigong, sostiene che nel trattamento delle
malattie mentali "l'incontro con lo shen del terapeuta favorisce
il rientro dello shen del paziente", nel Suwen, cap.54, troviamo:
"Quando siete pronti a mettere gli aghi, siate come colui che tuffa
il suo sguardo nel fondo dell'abisso, che la vostra mano sia come quella
di colui che tiene una tigre. La fermezza non deve mancare, niente deve
turbare lo shen. La volontà calma, considerate il paziente senza
girare lo sguardo a destra o a sinistra, il movimento quando si mette
l'ago non deve essere deviato perché la vostra dirittura inciterà
la rettificazione. Prima di tutto rettificate il vostro shen perché
è lo sguardo che ponete sul paziente che chiama la regolazione
dello shen del paziente."
Con questo non vorremmo cadere nell'equivoco di pensare che "l'atteggiamento"
sia tutto: se mai l'aspetto dello psichismo allarga ulteriormente la complessità
rispetto all'analisi energetica e alla scelta terapeutica. Come abbiamo
visto per esempio nell'articolo del medico Zhang Shijie e il suo uso di
taixi ("MediCina", inverno 1993), il momento della sintesi può
solo venire a seguito di un'analisi dettagliata, la semplicità
segue comunque a una grande conoscenza. Accumuliamo quindi informazioni,
pratica nell'attenzione, capacità diagnostiche, conoscenze sulla
scelta dei punti, abilità nel manovrare lo strumento-ago con cui
interveniamo, e così a volte l'arco, la freccia e il bersaglio
diventano un insieme reale.
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