| |
Alcune
note sulle dinamiche di relazione medico-paziente e sul setting
Da: “Shen
- Aspetti psichici nella medicina cinese: i classici e la clinica contemporanea”,
di Elisa Rossi, con la collaborazione sinologica di Laura Caretto, CEA,
2002.
“In
quanto agopuntori non sono rari i casi in cui ci accorgiamo che qualcosa
non ha funzionato indipendentemente dalla correttezza della diagnosi o
dalla precisione dell’uso dei punti, oppure sentiamo che qualcosa
non quadra fin dal primo incontro, o all’improvviso sbandiamo nel
procedere terapeutico.
Un mestiere
in cui ci si occupa di malattie e di sofferenza è un mestiere delicato.
Lo è in modo particolare per noi agopuntori occidentali, che lavoriamo
su un piano energetico, cercando di districarci tra sistema medico convenzionale,
tradizioni terapeutiche che di fatto non ci appartengono, e richieste
spesso complesse da parte dei pazienti.
La scelta di esercitare una medicina come quella cinese tradizionale deriva
da una valutazione di efficacia clinica, ma comprende anche altri aspetti
importanti anche se apparentemente marginali rispetto allo studio della
disciplina: l’utilizzo di modelli teorici e di logiche di pensiero
differenti da quelli in vigore nella prospettiva biomedica, l’attenzione
specifica alla relazione tra medico e paziente, la peculiarità
di un intervento terapeutico che passa attraverso lo strumento-ago.
Chi da tempo esercita l’agopuntura è ormai consapevole che
l’esperienza scioglie molti dubbi ma altri ne crea, e chi porta
avanti anche un lavoro di insegnamento si rende conto che per gli allievi
e i colleghi più giovani spesso sorgono delle difficoltà
non strettamente legate alla diagnosi, alla scelta dei punti o all’utilizzo
di una tecnica.
In quanto medici siamo pagati perché avvenga un cambiamento terapeutico,
e ci sentiamo appagati quando ciò avviene. Ma i pazienti sono tali
appunto perché patiscono, e lo star male ha qualità invasive
anche nei confronti del medico: essere sommersi non lascia respirare,
mentre riconoscere i modi in cui questo star male ci viene messo dentro
aiuta - noi e chi ci sta di fronte.
Un punto di partenza sicuro - ma anche un punto di arrivo - è allora
non dare niente per scontato, ma fermarsi, ascoltare i pazienti, sentire
se stessi, pensare insieme ai colleghi.”
Inceppi,
trappole e ragnatele
“Possiamo
non farci caso, ma durante il trattamento ci sono anche dei momenti che
ci lasciano più o meno pesantemente spiazzati: una domanda inaspettata
del paziente, un nostro gesto anomalo rispetto al normale andamento della
seduta, l’irruzione di un pensiero o di un sentimento laterale.
Non sono neanche così rari i casi in cui ci accorgiamo che qualcosa
non ha funzionato indipendentemente dalla correttezza della diagnosi o
dalla precisione dell’uso dei punti, oppure sentiamo che qualcosa
non quadra fin dal primo incontro, o all’improvviso sbandiamo nel
procedere terapeutico e tutto va storto.
Alcuni esempi, molto diversi tra loro, possono essere:
- Il paziente che prima ci amava e ammirava diventa estremamente critico
nei confronti nostri o della terapia (cioè molto arrabbiato).
- Rimaniamo profondamente contagiati dai sentimenti del paziente (arriviamo
a soffrire dei suoi stessi sintomi).
- Ci sentiamo assolutamente indispensabili, o totalmente inetti, o estremamente
irritati, o mortalmente annoiati (sensazioni tra loro differenti ma che
hanno in comune una pervasività che oltrepassa una misura ‘ragionevole’).
- Abbiamo la netta impressione che il paziente ci stia domandando qualcosa
di diverso dalle richieste esplicite, o comunque non capiamo di cosa stia
davvero parlando.
- I pazienti si incollano a noi senza rimedio, o guariscono da un sintomo
e ne sviluppano un altro (cioè non guariscono), o chiedono consigli
per poi non seguirli assolutamente.
- Indipendentemente dai nostri intenti e senza essercene resi conto all’improvviso
sono presenti altre figure (familiari che interferiscono e si impongono
telefonando o comparendo in studio).”
Le dinamiche
di rapporto
“Possiamo
paragonare la definizione di luogo, tempi e comportamenti alla manifestazione
più esterna, biao, mentre la radice, ben, riguarda il fatto che
nell’incontro tra paziente e medico agopuntore entrano in gioco
le componenti affettive di entrambi, con tutta la complessità dei
loro mondi interni.
E’ a questo livello che si costruisce la vera ‘alleanza terapeutica’:
poiché nessuno di noi è onnipotente le persone coinvolte
nella terapia devono lavorare insieme, su una base di fiducia, al fine
di cambiare lo stato di cose che causa sofferenza.
Nei classici si prende in considerazione il caso in cui il paziente non
guarisce e il quadro clinico è estremamente severo, e se ne trova
spiegazione nei ‘desideri senza limiti e preoccupazioni senza fine’:
“’Che cosa succede quando la forma-xing è difettosa,
sangue è consumato e non si arriva a nessun risultato?’ Qibo
rispose: ‘E’ che shen non esplica la sua azione.’ Huangdi:
‘Che cosa vuol dire?’ ‘L’agopuntura è dao.
Jing e shen non procedono più, zhi e yi non sono in ordine, la
malattia è incurabile. Se jing è esaurito, shen in fuga,
qi nutritizio e qi difensivo non sono raccolti, ciò è perché
ci sono desideri senza limiti e preoccupazioni senza tregua, allora jing
e qi si allentano e si rovinano, il qi difensivo si allontana, il qi nutritizio
cola via, lo shen se ne va, la malattia non guarisce.”
Una traduzione attuale di questa descrizione consiste nel dire che una
psiche malata può distruggere nel profondo qualsiasi risorsa e
esser più forte di qualsiasi intervento terapeutico.
Da questo
livello profondo prendono origine quelle dinamiche che possono portare
a situazioni, emozioni, modalità di azione in cui ci impantaniamo
e ci confondiamo.
Ci sono relazioni (per esempio nel lavoro di insegnanti, sacerdoti, magistrati,
e medici) a cui sono intrinseche alcune caratteristiche specifiche: sono
rapporti asimmetrici, delimitati, rivolti a un obiettivo. Specifiche sono
quindi anche le considerazioni che concernono le dinamiche di rapporto.
La psicoanalisi lavora con le dinamiche di transfert e di controtransfert,
ma questi processi agiscono in tutte le relazioni umane, e in particolare
in quelle situazioni in cui uno dei due protagonisti si ritrova sofferente
e quindi spesso più fragile e confuso.
Il transfert, detto anche ‘traslazione’, è quel processo
in cui la persona trasferisce sulla relazione attuale (in particolare
quella con il curante) aspetti che appartengono ad altre persone o ad
altri momenti e situazioni. In ogni relazione compaiono le tracce di ciò
che si è vissuto in precedenza, ma questo meccanismo diventa ‘patologico’,
cioè causa di non-salute, quando queste sovrapposizioni si sostituiscono
in modo ripetitivo e coatto alla varietà del reale, quando la rigidità
delle risposte non permette il movimento. Non ci divertiamo più
(e ‘divertirsi’ è anche ‘divergere’, ‘volgersi
in altra direzione’).
Se la
psicoterapia, in quanto ascolto trasformativo della sofferenza del paziente,
utilizza pienamente questi meccanismi di traslazione, per noi agopuntori
è importante riconoscerne la presenza e avere un’idea di
cosa fare. Essendo per definizione un movimento inconscio, esso si mimetizza
con estremo talento: la prima cosa è ricordarsi che esiste.
Andiamo a sospettare una dinamica transferale ogni volta che percepiamo
uno scollamento tra la situazione reale e le parole o i comportamenti
del paziente, che risultano allora leggermente o pesantemente estranei
alla situazione ‘concreta’. Come se ci fosse una doppia scena,
in cui non capiamo perché il paziente sta dicendo certe cose, o
in cui vengono fatte cose che ‘non c’entrano’. Oppure
quando noi facciamo qualcosa ma nello stesso tempo abbiamo la sensazione
di non averlo deciso del tutto ‘liberamente’, come se in qualche
modo fossimo trascinati dal paziente.
Ovviamente anche il terapeuta può fare questa operazione di mettere
nel rapporto presente cose che non vi appartengono. Ci può essere
un aspetto del paziente o della relazione con lei-lui che senza esserne
consapevoli ci riporta a un’altra persona, a situazioni del passato
che ci hanno colpito nel profondo, e quindi la nostra risposta, sia in
termini di comportamenti che di sentimenti, si riferisce almeno in parte
a questi ‘oggetti arcaici’.
Il problema è che il transfert è inconscio anche per il
terapeuta, e allora attribuiamo a motivi contingenti il nostro sentirci
per esempio insofferenti, arrabbiati, tristi o delusi in certe situazioni.
Possiamo però provare a ipotizzare una dinamica transferale quando
le emozioni sono troppo forti o in qualche modo strane rispetto a quello
che ci dovremmo aspettare in quella evenienza, oppure se esiste un’allarmante
ripetitività nelle nostre risposte. "
Indietro
|
 |